Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/238

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236 la modernità di panzini


«terra dei santi e dei poeti» (cfr. le «Piccole storie del mondo grande») s’inizia con questa avventura: «Sul più bello delle nostre conversazioni la mia bicicletta detonò come una santa Barbara e il Pasini mi vide d’un tratto scomparire in una nube di polvere come fossi stato una deità omerica. La pneumatica posteriore era scoppiata!»

Qualche volta il modello del Panzini è la prosa di Heine. Noi l’awertiamo (si veda «La lanterna di Diogene») allorché, nel riattraversar le Alpi, lo scrittore denuncia la pesantezza di tutti i verboten che lo «avevano inimicato alla legge» e, lasciato il «mondo dei monti senza fine », le sprofondate valli che paiono baratri, le selve dei pini neri e le falde smeraldine che salgono in alto a rubare il cielo, tocca Goeschenen ove con le lagrime agli occhi scorge i sottili binari che portano in Italia, verso l’autentico azzurro aperto e sorridente. Nello stesso brano, all’ironia di Heine segue poi l’accento epico del Carducci:

Quando salii il colle di Superga cadeva il sole del luglio, anche allora. Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma il dolce piano - dall’alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui l’aquila stride - alla torre di Teodorico presso il dolce mare, tutto si discopriva: onde io cominciai a ripetere : «lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una devota orazione.

E allora anche quella gran mole, 11 presso, delle tombe dei re di Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea spada sopra a quell’Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.

E il reisebild torna al Carducci non appena, in vista del Po di Primaro, sente nelle acque i versi della Francesca di Dante: «Passò un brivido di epopea: io sentii i fatti della storia unirsi nel vano del tempo, e reclinai il capo».

In quest’arte dai periodi brevi, felicemente pensati e