Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/44

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42 alfredo panzini


quando diceva: «Siamo servi delle leggi per potere essere liberi»; quando diceva: «Non esiste utilità senza onestà »; quando con le palme al cielo diceva: «O tempora, o mores!»; quando invocava i Numi dal cielo, era un grande, un nobile cuore che parlava.

Sventuratamente era un ingenuo cuore sin dalla nascita. Aveva studiato in Grecia, parlava greco, adorava le cose belle e buone; e in quel giorno si trovò senza saperlo prigioniero di una contradizione.

Egli in quel giorno memorando, più che difendere Àrchia difese le divine Muse. Tutte le Muse apparvero per sua magia nel cielo di Roma, e quei burberi giudici inarcaron le ciglia, strinsero con la mano le barbe fluenti, cominciarono ad aprir la bocca per meraviglia: quei barbàtuli che prima applaudivano a Cicerone, ora, perla commozione, respirano appena.

— Si, o giudici —, diceva l’onda della gran voce —, la poesia non ha patria mortale, non è di Grecia né di Roma: è di Dio. La sua luce è universale, e Àrchia anche se nato in Antiochia, è romano per diritto divino. Non siete voi liberi, o Romani? Ebbene la poesia, le buone lettere, le belle e umane lettere sono fra le cose più degne dell’uomo libero perché dalla libertà nasce la grandezza dell’animo e con la grandezza dell’animo sorge il disprezzo