Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/112

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— Ho esposto per tre giorni la bandiera a lutto. Era la sua guerra, questa...

— Ragazzo mio, dopo che le vittorie russe hanno rotto un po’ la spina dorsale dell’Austria, mi pare che si possa abbandonare la speranza per questa volta.

— Sarà per un’altra volta. Da qui altri cinquant’anni. Intanto ci prepareremo.

Ho domandato da chi avesse preso simili idee.

— Da me, dalla storia, pensando.

Ha vagheggiato tanti progetti per operare: frate domenicano, aviatore bombardiere, ussero della morte. — Ma adesso bisogna ubbidire alla mamma. Poveretta, è sola.

— Ha compagni di queste sue idee, ragazzo mio?

Crollò tristamente il capo: disse: — Pochi! — Nominò una famiglia di nobiltà papalina, la quale gode l’esclusività della vendita delle Sacre Immagini, dei Cristi; e che molto arricchì coi pellegrinaggi.

Stetti un poco in silenzio e domandai in fine: — Lei che è religioso, non trova un contrasto fra Cristo e questi progetti bellicosi?

Alzò le spalle; borbottò: — Papa, Cristo, re, imperatore formano tutta una barracca! E poi chi ha più forza, l’adopera. I socialisti non fanno così anche loro?

Altri avrebbe sorriso di questi ragionamenti. Io ho pensato a varie cose: primo: Quante forze fedeli l’Austria alienò