Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/134

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guerra contro l’Austria, l’eterna nemica, Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!

Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò invece la regolare domanda dell’Italia al grado di Grande Nazione.

E Bismark non disse di no!

Bismark corazzato e con l’elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico, Guglielmo I di Hohenzollern.

In quel tempo l’Italia andò bel bello a Roma; e Roma caput mundi, diventò capitale d’Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.

E Bismark non disse di no!

Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l’ultimo degli Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.

A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh, ci era molto benevolo