Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/61

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l’arma.

Ai lati della via maestra, presso le case coloniche, si trebbiava.

Ogni tanto nella penombra del crepuscolo si presentava il profilo di un plaustro colmo di strame, e la bianchezza dei grandi buoi si appressava con l’alito mite del presepio.

Esiste la guerra?

Ci siamo lasciati tristamente. Egli montò in bicicletta e scomparve per la via bianca, sotto la piccola luna: io ripresi il sentiero al mare, fra le alte marruche. Ripetevo le parole di Serra: «Problema di violenza!» È la violenza che conta. E la civiltà? Una maschera che rode se stessa.

La Titì, quella sera, fu più affettuosa del solito. Domandò a bruciapelo:

— È vero che vengono i Tedeschi?

Quasi mi venne da piangere. Non risposi. Un suo ricciolo, attorno al mio dito, pareva un magico anello d’oro. Hanno fucilato anche dei bimbi nel Belgio. Nel piroscafo, affondato da una mina «Barone Gausch», ci furono più vittime di quelle pubblicate dai giornali: v’erano cento creature, ancora anonime: dei bimbi.

Penso: Chi sono? Sono stati gli igienisti tedeschi a studiare, precisamente, quante centinaia di bacilli di diverse famiglie formano razza nell’intestino dei bimbi, ammalati di paratifo? Chi sono? Sono stati i filologi