Pagina:Panzini - Lepida et tristia.djvu/274

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196 divagazioni in bicicletta

di salita può esser cagione di qualche perturbazione del cuore.

Voi scendete e contemplate il paesaggio — come facevo io allora — oppure vi date ad osservazioni filosofiche politiche. Il meglio però è non pensare a nulla. Giunto al sommo della costa, si fa una seconda volata e così di seguito. Viaggiando in montagna, ho sempre adottato questo sistema ingegnoso, rapido e salutare.

Esso è consigliabile, ed ha il solo inconveniente che la bicicletta, vinta dall’ebrezza della discesa, non voglia più salire la contropendenza, ma preferisca precipitare in qualche sottoposto burrone. In tal caso, rimanendo in vita, è necessario riparare, quasi ah integro, la propria macchina.

Dunque andavo di tratto in tratto a piedi, contemplando il paesaggio.

Ecco sfilano i monti, incoronati di memorie. Prima è Verucchio, culla dei Malatesta antichi, appollaiata sull’alto del poggio, là dove esso scoscende in balze dal colore ferrigno.

Segue S. Marino:

l’azzurra vision di San Marino

come ben nitidamente canta Giovanni Pascoli, nostro, e di nostra terra natio.

S. Marino — che per chi lo guarda di fronte, presenta la maestosa sua curva con le tre torri e le tre penne — ora appariva di fianco come un gran triangolo nero lanciato nel cielo: e le tre penne, o vertici turriti, viste di scorcio, parevano protendere fieramente come aste vigilanti, quasi fuor di base, verso la gran lama