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114 viàggio d’un pòvero letterato


Sotto stàvano iscritte quelle parole simbòliche che il D’Annùnzio pose a tìtolo delle sue rime profane: Hortus Conclusus. E tutte quelle figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parèvano estàtiche a contemplare quello che avviene lassù, nel gran sècolo, nella gran pàtria di Dio. E un po’ per volta divenni estàtico io pure.

— Mi accorsi allora di non èssere solo: una vècchia magra, lunga, passava cercando con gli occhi e col tatto, l’una e l’altra porta.

— Che cosa cercate, buona donna?

— E ci deve èssere! L’ho visto quand’io era bimbetta, e non lo trovo più! — disse come parlando a se stessa.

— Ohe cosa?

— Il pretino, veh! — rispose.

Ella cercava tra quelle figurazioni la stòria di un prete di cui era antica leggenda che avesse rubato l’àbito e la corona di gemme alla Madonna: «E un giorno — diceva la vècchia — trovorno il pretino stiacciato fra le du’ porte, metà di qua, metà di là; e allora si capì che era stato lui. E ci dev’eser qui il pretino, e non lo trovo più».

La buona vècchia, da quanto riuscii