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— Daniele Manèn? — rispose un’altra voce, ma pareva interrogare la prima voce: «l’hai tu conosciuto?».

«Manìn», stavo per dire io, «non Manèn».

Ma voltàndomi, vedo due signori così eleganti, così abbaglianti di candore estivo che il mio amico della Ditta Darük und Sohn sarebbe caduto in ammirazione. L’uno era giòvane e aveva l’ària di gran mondo, ma l’altro aveva una barba così aristocràtica — un po’ grìgia — che degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frància. I due gentiluòmini si guardàrono in volto, sospìnsero il labbro nell’atto che vuol dire: nun sàccio; poi fècero dietro-front. Vidi le suole di gomma rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette scherzava sopra i loro copricapo di autèntico panamà.

Giacchè essi non portàvano il pennacchietto alla tirolese.

Appare evidente che il Comune di Venèzia, quando decretò questa tomba per Daniele Manìn, non pensò all’istruzione del pòpolo, come fa il Comune di Milano, perchè in tale caso vi avrebbe messo una nota esplicativa.