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corsa, ridenti. Il fiaccheraio beveva e mangiava all’osteria: lo vidi beato, immoto, col vermìglio vino davanti.

Aprimmo il Municìpio chiuso: entrammo.

Nel silènzio, nel sole, nel caldo chiuso della sala del Consìglio, dominava un immenso ingrandimento fotogràfico, già sbiadito, grande come mezza parete, con una sfacciata cornice dorata: Giovanni Pàscoli in toga ed ermellino: i suoi pòveri baffi càdono giù, la sua stanca persona cade giù. Come è melancònico Pàscoli in veste accadèmica!

Io volevo uscire, all’aperto; e lui, il dottore, voleva che almeno vedessi una cosa che giudicava di un certo interesse. Mi parve scortesia rifiutare e rimasi.

Nel museo c’era ben poco: in uno scaffale le òpere del Pàscoli, rilegate, allineate, poi una cuna o lettuccio di legno, la vècchia zana romagnola dove stèttero i figli dell’assassinato: poi dentro un’altra vetrina una leccarda dell’arrosto, un caldanino di còccio e fiorami, una màglia di lana non finita, coi ferri dentro.

Il dottore cercava entro una grossa busta fra molte carte.

Quel caldanino, quella leccarda, quella