Pagina:Parini, Giuseppe – Prose, Vol. I, 1913 – BEIC 1891614.djvu/126

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Fa’ a mio senno, lettor mio: gitta via quant’altri libri tu hai, ohe appetto di questo non sono altro «se non se» bazzecole e ciance e cianfrusaglie; e attienti a quest’uno, in cui è raccolto il fiore di tutti i pensieri, ghiribizzi, grilli, capricci e di tutte le piacevolezze, bizzarrie e fantasie, che abbiano giammai scombussolato il cervello alle piú elevate teste dell’universo. Machedich’io ghiribizzi, grilli, capricci, piacevolezze, bizzarrie, fantasie? lodovea dire anzi le piú recondite dottrine e i piú rintanati, oscuri e impenetrabili misteri delle arti e delle scienze. Io ti so dire che, se a questo libriccino, cosí piccolo come tu il vedi, si potesse avvezzare, pognamo caso, un bufalo, un castrone, uno asino, non che un galantuomo, sarebbe forza che e’ se ne partisse dottore, bacalare e licenziato in qualunque facoltá tu ti possi immaginare giammai. Imperocché tu saresti ben dolce di sale, o lettor mio, se tu ti dessi a credere che l’eccellenza del nostro autore abbia trattato in questo suo dialogo solamente della lingua toscana, come suona il titolo di esso. Quando il nostro autore promette qualcosa altrui, tu ti puoi dormire sugli occhi suoi, ch’e’ daratti assai piú di quel che tu medesimo possi desiderare dalla sua gentilesca graziosita. Egli ha intitolato questo suo libro Dialogo della lingua toscana , non mica perch’ei parli solo di essa, ma perciocché egli ci ragiona affondo di tutto ciò che mai nella lingua toscana trattar si possa. Fa tuo conto che il nostro enciclopedico e poliglotte autore ti snocciola e ti fa toccar con mano tutti quanti i piú astrusi principi delle scienze e delle arti. Ti narra e ti pone sotto gli occhi i costumi, le creanze e le cose di vari popoli con tanta cortesia e gentilezza, da farti schiavo e da innamorare e trarre a sé i tronchi e le pietre. Che ti dirò io de’ sublimi precetti della filosofia; ne’ quali, leggendo; t’incontrerai? Egli ha scoperto infino a questo segreto, che a Tullio medesimo è sfuggito nel suo trattato Dell’amicizia, cioè che, quando il tuo amico trovasi in Calicutte e che, verbigrazia. gráttavisi il capo o vi sputa o vi fa altra cosa, per «l’occulta forza dell’amicizia» accade che a te vien voglia di fare lo stesso a casa tua. Deh, che profondo matematico è poi questo benedetto autore! Chi insegna, se non egli, con que’ suoi tanti «A» e «B» e«C»e«D», a pigliare colle tanaglie le montagne e a svellerle e sradicarle «come niente», e a gittarle li capovolte colle barbe al sole? Dimmi: chi le insegna queste cose qui? Certo, niuno altro che egli.