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Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/115

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XX.

Ma ad Asti le nuvole basse riempivano il cielo, si levò il vento e il crepuscolo cadde subito; quando saltammo giú dal treno, a noi non badò nessuno. M’incamminai lungo il binario, e nella luce livida del piovasco vidi cabine e serbatoi maciullati, grosse buche, pali rotti. Fui presto in campagna. Un’arcata del ponte era caduta. Feci in tempo a orientarmi e sotto le prime folate d’acqua mi cacciai in un cortile coperto.

Qui ci trovai della gente e dei carri; era un portico di stallaggio, qualcuno seduto sui fagotti rideva. Tra l’andirivieni e i lampi sentivo voci cadenzate e terrose, già tutte impastate del mio dialetto. Questo fatto mi diede coraggio. «È destino che trovo sempre dei portici», pensai.

Mangiai qualcosa, un grosso piatto di minestra e un po’ di pane, che andai a prendermi in cucina nell’unto e nel fumo. Altri stavano dentro nel grande stanzone e mangiavano insalate e bevevano. C’erano donnette, viandanti, carrettieri. Sotto il portico si parlava di pioggia e di strade, di condotte, di qualcosa di grosso che succedeva nella valle del Tanaro. Io dissi che andavo in un certo paese; chiesi soltanto se era facile risalire la vallata. Parlai in dialetto. Un carrettiere mi guardò, dalle scarpe alle spalle. — Per passare si passa, — mi disse, — è restarci che è brutto — . Da qualche giorno lassú ci operavano i tedeschi e soltanto le donne dormivano nelle case. — Si sta a vedere, — disse un altro dalle fasce grigioverdi. — Se i tedeschi passano, si taglia il grano. Se invece si rompono i denti...

Pensai che la mia era un’altra vallata, e bisognava traversare


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