Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/36

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prendere Londra. - Non è permesso, - diceva l’Elvira. - Si sentirebbe dalla strada -. Si lamentava che girassi per i boschi anche di notte, nell’ora delle incursioni. Ce ne fu un’altra su Torino, spaventosa. Le due trovarono l’indomani una scheggia in frutteto, tagliente e pesante come un ferro di zappa. Mi chiamarono a vederla. Mi scongiurarono di non espormi. Allora dissi ch’era pieno d’osterie, che dappertutto si trovava ricovero.

Capitare alle Fontane in pieno giorno mi dava un senso d’avventura. Sbucavo dal ciglione sulla strada solitaria, che un tempo era stata asfaltata. Ero a due passi dalla cresta e avevo intorno delle schiene boscose. Tornavano in mente le macchine, i viandanti, i ciclisti, che ancora l’anno prima frequentavano quel passo. Adesso era raro un pedone.

Mi trattenevo nel cortile a mangiar frutta o bere un sorso. La vecchia mi offriva il caffè, l’acqua e zucchero. Per poter pagare, comandavo del vino. A quell’ora non venivo lì per Cate, non venivo per nessuno. Se Cate c’era, la guardavo sfaccendare, le chiedevo che cosa si diceva a Torino. In realtà mi soffermavo soltanto per il piacere di sentirmi sull’orlo dei boschi, di affacciarmi di lì a poco lassù. Nel sole di luglio, selvatico e immobile, il tavolino familiare, i visi noti, e quell’indugio di commiato, mi appagavano il cuore. Cate una volta si affacciò alla finestra, disse - Sei tu - e non scese nemmeno.

Chi non mancava mai, nel cortile o dietro casa, era Dino suo figlio. Adesso, finite le scuole, era in mano della nonna, che lo lasciava gironzare, gli puliva la faccia con lo straccio e lo chiamava a far merenda. Dino non era più un ragazzo bianco e intontito, come quella notte. Adesso correva, tirava sassi, si rompeva le scarpe. Era magro e monello. Non so perché, mi faceva quasi pena.

Pensavo, guardandolo, all’antico scontento di Cate, al suo corpo inesperto, alla vergogna di quei giorni. Doveva essere stato nell’anno di Anna Maria. Cate, sola e umiliata, non aveva saputo difendersi; c’era caduta chi sa come, a qualche ballo o in un prato, con chi disprezzava, un poveretto, un bellimbusto. O magari era stato un amore, un caldo amore che l’aveva trasformata. Me l’avrebbe mai detto? Se quella sera alla stazione non ci fossimo lasciati, chi sa, questo bimbo poteva non nascere.

Dino aveva i capelli negli occhi e una maglietta rattoppata. Con me si vantò molto della scuola e dei suoi quaderni colorati. Gli


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