Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/260

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248 pensieri e discorsi

peggiore dell’inferno vero. Dicono questi padri e dottori che nel giorno annuale della Risurrezione, i dannati dell’inferno vero hanno tregua: cessano le torture, la tenebra si dirada, il fuoco si spenge, il gelo si scioglie; e quell’oscillare, quel ripetìo, quel flusso e riflusso di mare di disperazione, non si ode più. Le campane che quassù avventano nell’azzurro di primavera inni di gloria, canti di gioia, rombe d’amore, confondono in sè e nascondono i due rintocchi delle profondità oltremondane; e l’inferno, cessando per un giorno di essere inferno, non è più inferno mai!

In questo mondo nel quale ora viviamo, affaticato e affannato, suoni il cantico della risurrezione! Si restituisca al lavoro ciò che lo distingue dalla pena; si renda al lavoratore ciò che lo distingue dal forzato e dal dannato; riabbia il popolo umano ciò che gli era già stato dato: la sua domenica! Senz’essa, non c’è settimana: la vita dell’uomo è una successione di giorni e notti, di giorni in cui il lavoro dispone il corpo al sonno della notte, di notti in cui il sonno dispone le membra al lavoro del giorno; e sempre così alternamente, eternamente, finchè giorno e notte si fondano in una sola oscurità e immobilità!

Un ergastolo, senz’essa, è questa società; un ergastolo in cui se non c’è la solitudine del silenzio, c’è però la solitudine del rumore: ogni uomo è segregato dall’altro dall’assordante fracasso dei magli e delle macchine. Un inferno, senz’essa, è questa umanità; un inferno pieno di vane implorazioni, di orrende bestemmie, di grida d’angoscia. Un ergastolo e un inferno, in cui l’anima degli uomini oscilla in delirio sospesa ai due moti convulsi: sempre... mai,