Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/279

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la mia scuola di grammatica 267


Tra voi, e non parlo soltanto ai voi studenti di lettere, ma a tutti gli studenti, sono i futuri nostri poeti. Ora, non lasciate passare il tempo e l’occasione. Un libro, voi sapete, si compone di res e verba. In molti dei libri, che sono indirizzati al diletto, o a dir meglio al movimento dello spirito, o sono inesatte e false le cose, o improprie le parole. Avessi a dire qual difetto mi sembri peggiore, se delle res o delle verba, io letterato affermerei che è quello delle cose. E così pensava anche Orazio. Io vedo, in Italia e fuori, che nessuno scrive meglio di alcuni naturalisti. Lo scrittore in Italia che mi sembra ora più simile al divino Manzoni, è un architetto. E al contrario difficilmente trovereste un poeta in verso e in prosa, che non erri, descrivendo una campagna, in botanica, e narrando un’anima, in psicologia: e questi errori di cose ci offendono nel poeta molto più che nello scienziato qualche trascorso di parole. Ma insomma cose e parole ci vogliono. Ora in una Universitas studiorum vi è facile, o giovani di lettere, apprendere almeno i rudimenti di qualche scienza, che voi presentite vi abbia a essere utile col tempo al vostro uffizio di scrittori: scienza filosofica, giuridica, fisica, naturale, medica: col tempo, vi può essere altrettanto facile, da quei rudimenti progredire sino ad una conoscenza esatta e ampia. E così fuggirete il pericolo, in che spesso noi incorriamo, di scriver di nulla, quando non scriviamo di critica letteraria o storica, e di poetare sognando, mentre la realtà canta intorno a noi.

Dunque studiate le res, e, s’intende, non trascurate le verba. Ora, quanto a queste, volevo dirvi che la mia umile scuola di grammatica vuole esservi utile