Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/349

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una festa italica 337

Di quali parla il Profeta? emigranti di qual tempo? Si è detto pochi giorni sono: “Non è più l’emigrazione, è la fuga„ una “fuga silenziosa attraverso l’oceano e l’Europa„. Si è aggiunto: “Si direbbe che un imperioso si salvi chi può, spinga centinaia di migliaia d’italiani a staccarsi dalla madre patria... „1 In vero nel 1905 l’emigrazione rispetto a quella dell’anno precedente aumentò di 245,381 capi. Crescesse quest’anno nelle medesime proporzioni; quest’anno un milione di italiani fuggirebbe la patria: emigrerebbe l’Italia, non più gl’italiani! Nos patriam fugimus, potremmo dire, generalizzando veracemente.

Poco meno di duemila anni fa, Virgilio parlava di noi dolenti. Rappresentava il popolo come un povero uomo che si parava innanzi il suo gregge di capre, e una se la trascinava dietro, chè aveva allora allora figliato. Tanti altri, come quello, emigravano verso i quattro punti cardinali, verso l’Africa e la Scizia, verso l’Oaxe e la Britannia, in capo al mondo. D’ogni parte erano deserti i campi. “Io non canterò più„ esclama il popolo che emigra. E il poeta dell’esilio inalza per lui il canto di suprema dolcezza. Canta i campi della patria, i suoi alberi, le sue mandrie, le sue api. E quelle api il cui sussurro nella siepe a confine risuona col desiderio già del ritorno, desiderio così amaro in chi parte, quelle api per le quali egli aveva forse un domestico culto, devono nel suo pensiero richiamare gli esuli o rad-

  1. La terribile parola e imagine (La fuga...) è del nobile giovane scrittore Luciano Magrini, in Rivista Repubblicana, 1 aprile 1906. Le altre di Guido Rubetti in La Vita Internazionale 20 aprile 1906.