Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/351

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una festa italica 339

tazione costruiti con grande fatica e artifizio sui monti scoscesi, e le ciclopiche mura, e i sicuri porti coi moli gettati nell’acqua, e le miniere di metalli, e sopra tutto i grandi uomini e semplici e forti e perseveranti. E dice, con un sentimento che ancor oggi ci scuote il cuore e inumidisce gli occhi, la sublime lode d’Italia, della terra di giustizia, d’uguaglianza, di pace: saturnia tellus; la lode in cui sono uniti, dalla divina ingenuità del fanciullo che vede l’eterno, i covoni di grano, i dogli di vino, i coppi d’olio, i canestri di frutta, i favi di miele — opes variae — e i difensori della patria. Perchè Virgilio, a quel punto, non concepisce la guerra se non a difesa, giustamente celebra il suo Cesare perchè ha allontanato dai colli di Roma il pericolo orientale già imminente. Eppure egli ha veduto le discordie, le persecuzioni, le stragi civili, ha veduto e vede tanti che cambiano con l’esilio la casa, alla cui soglia così dolcemente si torna tante volte al giorno, e che cercano una patria che giaccia sotto un altro sole! Anche il sole è un altro! L’emigrazione, voluta o no, è il grande continuo dolore del vostro Poeta!



VIII.


Il poema dell’emigrazione


E da quel dolore è tutto solcato e pervaso il suo maggior poema. È una turba d’uomini e donne — matres — raccozzata nell’alba dopo il disastro, per l’esilio; volgo miserando, preparato a recarsi dove il destino vorrà. Ed errano in fatti per lunghi