Pagina:Pensieri e giudizi.djvu/186

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168 MARIO RAPISARDI

20Carezze, non comandi, amor fan dolce.
Chi render sa, molti favori ottiene.
Vende sua libertà chi un beneficio accetta.
Far bene a chi lo merita è un far bene a sè stesso.
Chi far bene non sa, dritto a chieder non ha.
25Chiede favor chi averne fatto accenna.
Beneficar frequente a ricambiare insegna.
Morir d’altri ad arbitrio è doppia morte.
Due volte muor chi di sua man si uccide.
Buon nome fra le tenebre splende di propria luce.
30Se i nostri mali estingue, è un ben la morte.
T’opprime il ben se sostener nol sai.
Onesto cor neppur morendo inganna.
Contraffar la bontà malizia è somma.
È l’asprezza dei buoni alla giustizia affine.
35L’ira in bennato cor tosto si spegne.
Ciò che fuggir tu devi, negli altrui mali osserva.
Ossequio al reo mai l’onest’uom concede.
Breve è la vita in sè, lunga il dolor la rende.
Fugge spesso, ma rado l’occasion si porge.
40Tosto diventa infamia la gloria dei superbi.
Non imprender mai cosa, ond’abbia indi a pentirti.
Il gaudio dei malvagi presto in dolor si muta.
Obblio d’ire civili è alle città difesa.
La miglior parentela è l’armonia dei cuori.
45Pensa a ciò che dir vuoi, come vuoi pensa.
Chi troppo ingenuo mostrasi all’impudente, è stolto.
Medico troppo rigido, malato intemperante.
Crudel nei casi avversi è la rampogna.
Quando trionfa il vizio, è peccator l’onesto.
50Guadagno con infamia, danno chiamar si deve.
Se non dall’abbondanza, vien raramente il male.
Bene ch’altri può dare, altri può tòrre.
In piangere e mentir dotta è la donna.