Pagina:Piccole storie del mondo grande - Alfredo Panzini - 1901.djvu/16

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4 leuma e lia

perdere di gravità, e portare anche i mattoni a quelle gran fabbriche di castelli in aria di cui Leuma era maestro architetto! Ma, oimè, se Leuma era vivo, li sapeva ancor fare i bei castelli, cioè era ancora viva la sua giovinezza del cuore; o era morta come era morta in lui?

Morta in lui? Che ne sapeva mai lui, Astese? Quando mai egli aveva avuto tempo di fare queste profonde analisi di se stesso?

Ma della giovinezza di Leuma si ricordava bene!

Erano stati compagni di collegio a Venezia per alcuni anni: egli era fra i grandi e Leuma fra i piccini; un pallido, meditabondo giovanetto con una grande anima che si apriva allora piena di sussulti in un esile corpo; ed egli, Astese, ne riceveva le prime confidenze, e lo amava con quella idealità e pur non so quale tenerezza di sensi come spesso avviene in collegio, e lo difendeva dalla protervia de’ compagni. Poi lo ricordava per alcun tempo, fuor del collegio, ventenne, bellissimo. Come si era trasfigurato con la libertà! Ebbro di entusiasmi, con i capelli lunghi, i fiori su la bottoniera, nitrente verso l’avvenire come un puledro. “Signori, — pareva dire — Venezia è da vendere? Il mondo va