Pagina:Piccolo Mondo Antico (Fogazzaro).djvu/129

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il bargnif all'opera 125

«Eh no go tescta, no go tescta!» vociò la Marianna rediviva. «Ch’el ghe disa inscì ch’el coo el l’avarà perduu a andà de nott a trovà i tosann a Castell!»

«Tasì!» urlò il Puttini; e Pasotti, con un ghigno diabolico: «come come come?» Visto ch’egli entrava in furore, lo afferrò per un braccio, con parole di pace e d’affetto, lo trascinò via, se lo portò a casa, chiamò sua moglie; e per chetare il povero ranocchio, per pigliarselo comodamente fra gli artigli, intavolò un tarocchino in tre.


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Se la signora Barborin giuocava male, il signor Giacomo, meditando, ponderando e soffiando, giuocava peggio. Era un giuocatore timidissimo, non si metteva mai solo contro gli altri due. Stavolta si trovò in mano, appena seduto, carte così straordinarie che fu preso da un accesso di coraggio e, come dice il linguaggio del giuoco, entrò. «Chi sa che giuocone ha!» brontolò Pasotti.

«No digo... no digo... ghe xe dei frati che spasseza in pantofole.»

Il «no digo» del signor Giacomo significava ch’egli teneva in mano carte miracolose; e i frati in pantofole erano, nel suo gergo, i quattro re del giuoco. Mentre si accingeva a giuocare pal, pando ciascuna carta e aguzzandovi gli occhi su