Pagina:Pirandello - Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze, Bemporad, 1925.djvu/261

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Siamo, se Dio vuole, alla fine. Non manca più, ormai, che l’ultimo quadro dell’uccisione della tigre.

La tigre: ecco, preferisco, se mai, costernarmi di lei; e vado a farle una visita, l’ultima, dinanzi alla gabbia.

S’è abituata a vedermi, la bella belva, e non si smuove. Solo aggrotta un po’ le ciglia, per fastidio; ma sopporta la mia vista insieme col peso di questo silenzio di sole, grave, attorno, che qua nella gabbia s’impregna di forte lezzo ferino. Il sole entra nella gabbia ed essa socchiude gli occhi forse per sognare, forse per non vedersi addosso le liste d’ombra projettate dalle sbarre di ferro. Ah, dev’essere tremendamente seccata anche lei; seccata anche di questa mia pietà; e credo che, per farla cessare con un giusto compenso, volentieri mi divorerebbe. Questo desiderio, ch’essa riconosce per via di quelle sbarre inattuabile, la fa sospirare profondamente; e poichè se ne sta lunga sdrajata, col capo languido abbandonato su una zampa, vedo al sospiro levarsi una nuvoletta di polvere dal tavolato della gabbia. Mi fa proprio pena questo sospiro, pure intendendo perchè essa lo ha emesso: c’è il riconoscimento doloroso della privazione a cui l’hanno condannata del suo diritto naturale di divorarsi l’uomo, ch’essa ha tutta la ragione di considerare suo nemico.

— Domani, — le dico. — Domattina, cara, codesto supplizio finirà. È vero che codesto supplizio