Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/180

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Un uomo, in passando, scorge un moribondo per fame, oggetto che produce in lui, in ragione della delicatezza di sua fibra, una sensazione dolorosa; a sfuggirla, soccorre l’infelice. Il domani, esaurito il magro soccorso, quegli muore per fame, e questi che non è più sotto l’impressione dolorosa del giorno innanzi, neppur pensandovi, banchetta lietamente. Un solo fatto, argomento validissimo contro l’istinto della beneficenza, è tolto dai propugnatori d’essa dallo stesso Rousseau come una dimostrazione favorevole, tanto scarsi sono gli argomenti che rincalzano la loro asserzione.

Ai Romani ed ai Greci non venne mai in mente di dirsi fratelli, e ne ammiriamo, stupefatti, l’amor di patria, gli atti generosi, il continuo prevalere dell’utile pubblico al privato: laddove il mondo cristiano, che si disse un mondo di fratelli, presentaci il miserando spettacolo d’una solitudine di voleri e di mire, scaturigine d’ignobili fazioni e guerre civili atrocissime. Egli è adunque ben meraviglioso il pretendere rigenerare il mondo, predicando la fraternità, che dopo diciotto secoli di apostolato è rimasta infruttuosa. L’indole umana, le sue propensioni, i suoi istinti sono inesorabilmente invariabili, e sono le forze di cui il sistema sociale deve valersi per produrre la pubblica felicità, la quale sarà necessariamente nulla, se coteste forze si combattono e si elidono perchè applicate in opposta direzione, e massime se tutte cospireranno al medesimo scopo. Quindi non è l’uomo che deve educarsi, ma sono i rapporti sociali che debbono cangiare affatto, e ciò basterà per trasformare un popolo di egoisti e dissoluti in un popolo d’eroi; amor di patria vi sarà quando l’utile privato verrà indissolubilmente legato coll’utile pubblico, quando ognuno adoperandosi pel proprio bene, farà eziandio il bene dell’universale. Consolantissima verità, che sostituisce al lento,