Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/183

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popoli non dalle leggi, non dai costumi, non dall’inerzia, in cui oppressi trascorrono molti anni prima di manifestare la nuova vita, ma dai tumulti, dai martiri, dai grandi misfatti, dai tratti d’eroismo, si giudicano. Epperò senza troppo distenderci, e sorvolando sugli avvenimenti, prenderemo le mosse alquanto da lungi.

Le sollevazioni di Masaniello, di Balilla, degli Straccioni.... avevano, come dicemmo, annunziato un nuovo popolo italiano sulla scena politica del mondo, il popolo moderno. A Cosenza si concepiscono i primi forti e liberi pensieri, che poi Bruno, Campanella e Vico svolsero. Ma questi rapidi slanci furono ben tosto repressi, chè le armi straniere arrestarono l’azione nel popolo, ed i gesuiti spensero ogni scintilla di libertà che manifestavasi nel pensiero. L’Italia palpitò, ma i suoi palpiti furono repressi dalla barbara Europa, e l’Italia ritornata cadavere, tale si fu sino all’ottantanove. Poco prima della rivoluzione francese i monarchi, non ancora atterriti dallo spettro della rivoluzione, scossero tanto terpore. Tanucci, Leopoldo, l’imperatore, si diedero a migliorare la condizione dei popoli, e sursero scrittori che d’un balzo superarono gli oltremontani, ma il ruggito del popolo fecesi sentire, e le riforme ristagnarono di botto. I principi ripresero le armi antiche; la tirannide, avendo a maestra la paura, mostrossi più atroce che mai.

La guerra tenne dietro alla rivoluzione; i principi italiani essendosi adoperati a tutto potere a spegnere ne’ popoli ogni sentimento nazionale, non poterono opporre al nemico che schiere di servi vestiti da soldati, che vennero sbaragliati al primo urto dei liberi irlandesi. Vinti, atterriti, si videro costretti ad invocare quella passione medesima, che prima avevano combattuto; i loro editti poco differiscono da quelli de’ rivoluzionarii moderni, ed il popolo rispose al generoso