Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/184

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invito a Domodossola, a Pavia, a Lugo, a Verona, a Napoli, in Calabria. Gli stranieri cadevano sotto il brando italiano; tutte le valli dell’Alpi furono intronate dal fragor delle armi.

Approfondiamo un istante la nostra riflessione, e vedremo una riproduzione de’ fatti del mille. In quell’epoca il papa scosse il popolo dal letargo, lo eccitò ad essere italiano, e l’oppose all’imperatore. Il popolo, che per legge di natura fa sempre precedere i fatti al pensiero, senza riflettere, combattè lo straniero; nel modo stesso adoperò nel 96. Al mille sursero in Italia due partiti: guelfi e ghibellini. Questi, che avevano privilegi da conservare e difendere dall’avidità della teocrazia, parteggiarono per l’imperatore; quelli, che non avevano nulla da conservare, lo combattevano perchè straniero. Similmente nel 96 i pensatori, gli amanti di libertà, erano coi francesi, considerandoli quasi difensori di essa; il popolo, invece, che altro non vedeva in essi che invasori, osteggiavali. Al mille appena i popoli cominciarono ad avvertire ciò che avevano solamente inteso, combatterono nobili e prelati, vollero governarsi da sè, e, dopo mezzo secolo, al cominciare dell’undicesimo, il popolo era risorto. Dal 96 in avanti noi scorgeremo nel popolo italiano un continuo progresso, e lo stesso cangiamento, la stessa unificazione di partiti avvenuta nel mille.

Nel 1805 e ne’ quattro anni seguenti, l’agitazione contro gli stranieri manifestossi in diversi luoghi d’Italia, nel Polesine, nel basso-Po, nelle Calabrie, a Parma, nel Tirolo; e questa volta il partito liberale, che sostiene gli stranieri, più non esiste, e ne sono partigiani non altri che gli impiegati. In tale epoca, gradatamente, la contro-rivoluzione comincia ad assumere i caratteri di rivoluzione; nel 14 la trasformazione è completa. Il popolo cominciava a comprendere il bene della libertà