Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/23

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 7 —

guise: è latente nei minerali, vegeta nelle piante, guizza nei pesci, rugge nel leone, ragiona nell’uomo; la diversità dei modi coi quali manifesta la sua potenza, dipende dalla maggiore o minor perfezione del corpo da essa animato. Corpo ed anima sono entrambi immortali, non avvi nell’universo mondo un granello di sabbia che si distrugga; il corpo ridotto polvere, rientra in seno alla gran madre; l’anima o il fluido animatore esce dalla sua prigione che davagli forma, abbandona il corpo che si distrugge e più non si presta al moto, e confondesi con la gran massa di esso che vaga negli spazii; la morte non è che la distruzione delle forme d’individualità. Da questo moto incessante risultano i rapporti dell’uomo col mondo esteriore, degli uomini tra loro, la società; e però non fa d’uopo ricercare la causa del moto, perchè a nulla gioverebbe tale ricerca, ma la legge del moto. Tutti i filosofi del mondo convengono nell’immutabilità di questa legge; quelli soli che riconoscono l’esistenza di un Dio la negano.

Il concetto d’un Dio onnipotente è figlio dello scolasticismo in cui cadde il mondo romano nella sua decadenza. La virtù, il giusto, il diritto sono incompatibili con l’esistenza di questo Dio che può tutto cangiare secondo il suo capriccio, che piegasi alle discordi preghiere dei mortali; nulla vi resta d’immutabile, tutto cangia secondo la sua volontà. L’unità nell’universo sparisce, non è una sola la causa del moto, e quindi una sola la legge di esso, ma son tante cause diverse quanti sono gli enti; l’anima dell’uomo è diversa da quella del bruto, questa da quella del vegetabile, anzi ogni uomo ha un’anima diversa. Ammessa tale ipotesi, la virtù non ha significato, la ricerca di una legge unica del moto è impossibile, impossibile il progresso; per un solo atto della volontà di questo Dio noi potremmo indietreggiare di secoli. L’unica