Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/231

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avendo gli altri, non dico assicurato l’avvenire, ma neanche la benchè minima guarentigia del presente, bastando il capriccio di un solo per affamare centinaia di dipendenti? Distruggiamo codeste mostruosità, col garantire al contadino ed all’operaio il frutto del loro lavoro; e questi e quelli saranno contenti di lasciare per poco la vanga ed il martello ed impugnare il moschetto a difesa degli acquistati diritti. Se la vittoria assicura a tutti l’agiatezza, e la disfatta li ricaccia nella miseria, tutti saranno valorosi. Ecco il segreto di cui si valsero i nostri progenitori per soggiogare il mondo.

Nei passati rivolgimenti sonosi cangiati gli uomini e le forme del governo, ma il principio su cui esso poggia, l’autorità insomma, cangiando nome rimase. Come adunque potevano sparire i mali? Volete cogliere il frutto di tante pene? Diroccate l’antico edifizio sino alle fondamenta, sgomberate il suolo dalle ruine, e su nuove basi riedificate.

Le leggi a cui ubbidiamo sono quelle stesse, che da tredici secoli, da Giustiniano, i despoti ed un ordine privilegiato, quelli che posseggono, hanno create, svolte e curatane l’esecuzione sempre in danno della plebe; e queste leggi che hanno sì bene servita la tirannide, non possono certamente essere utili ad un popolo che vuole esser libero. E però la prima determinazione da prendersi è quella di annullarle tutte; una sola che ne rimanga basterà per dare alla rivoluzione un falso indirizzo, o almeno per ritardarne il naturale progresso.

La forza è l’alto cardine sul quale poggia la tirannide. Qualunque siasi il nome del governo, Dittatore, Triumvirato, Congresso, se esso dispone di forza materiale, saremo schiavi. Non bisogna mai conferire ad altri la facoltà di nuocere. Gli uomini, buono o tristo sia lo scopo a cui tendono, sono o prepotenti, o deboli; questi inetti al governo, quelli oppressori; i primi avendone la forza, opprimono i secondi; ci abbando-