Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/277

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tavo gli diedero il crollo. Ma quei filosofi benchè di vaste cognizioni, di acutissimo ingegno e di animo forte, dovettero soggiacere all’influenza della società in cui vivevano, nè poterono internarsi nel profondo delle loro dottrine.

Essi misero in mostra l’impossibilità delle massime evangeliche, sparsero il ridicolo sulla fede e ridonarono air uomo la libertà che gli aveva rapito l’impostura. Spezzarono cosi un ignobile fireno, ma senza crearne uno novello. Il socialismo fondato sull’utile di ciascuno, e non già suir abnegazione ed il sacrifizio, non cadde sotto i loro sensi. I loro lumi furono inviluppati dalla nebbia che li circondava, e l’egoismo rimase sbrigliato affatto. E perciò una società inegualissima si ricostituì sulla lotta, la libertà, la concorrenza; quindi nuova tirannide al vertice di questo altro ramo della curva. La classe media che aveva compita la rivoluzione, potente di mente e di mezzi, oppresse il popolo che mancava di tutto.

L’era nuova verso cui ci avviciniamo a gran passi, ridurrà l’inmiensa e putrida macchina governativa alla sua più semplice espressione; il popolo non delegherà più, nè potere, nè volere. Il solo sostegno del governo sarà l’opinione pubblica. Il genio è destinato a servire il popolo coi suoi lumi, ed ottenere non altro compenso che r accettazione delle sue idee.

L’Italia soggiacque alla rivoluzione dell’89, e debolissima come era rimase preda dei forti. La classe media che avea quasi da per tutto acquistata la supremazia restò in Italia sotto il più crudo dispotismo. La nobiltà, che si trovò già in parte assorbita dai troni, venne distrutta. Gli avanzi di questa famiglia, parte si rifuggirono nelle anticamere delle corti, parte si confusero con la classe media. I primi costituiscono, ove è corte italiana, la sedicente aristocrazia, legata al trono non già per grandi interessi, ma per ignoranza ignavia.