Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/36

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centrica di quelle già percorse. Intanto le ricchezze sociali, dimostrammo che sono in continuo aumento, le scienze che scrutano i segreti della natura, e si giovano delle sue forze, volgendole allo accrescimento dell’industria, in continuo progresso; ed i popoli del mondo tendono sempre verso l’unità, quindi le diverse nazioni corrono tutte verso questa meta comune; uniforme prosperità mondiale; ma nel loro cammino ciascuna sottogiace alle proprie peripezie; alcune migliorano nelle loro istituzioni, altre decadono, certe si dissolvono, altre ingrandiscono: sono come tante navi che navigano verso il medesimo porto, ma non vi giungono senza che ognuna non abbia corso fortuna a sua volta.

II. Fin qui non abbiamo fatto altro che seguire la dialettica, e rimanere nell’astrazione; ora l’accurato esame dei fatti, ovvero della storia d’Italia, che nel primo saggio abbiamo adombrata, servirà di riscontro al nostro ragionamento.

Distrutto l’Imperio Etrusco, dal diluvio d’Ogige, dalla crisi di fuoco di cui parlammo, fra i martiri dell’Italia, e della Grecia, per quell’incontrastabile legge di natura per cui l’uomo tende all’associazione, come il grave al suo centro, cominciarono a raccogliersi in vari gruppi i dispersi selvaggi. Le leggi da cui vennero retti questi primi gruppi, il dispotismo di uno su molti, ci dimostrano chiaramente il primo suggerimento dell’istinto. I deboli, onde esser garantiti dalla prepotenza dei forti, cercarono la protezione di altro forte, al quale si diedero volontariamente schiavi. Forse fuvvi chi suggerì la lega di tutti i deboli contro i pochi forti, forse fuvvi chi fece riflettere che si sfuggiva un male, e se ne creavano degli altri con la volontaria schiavitù; ma queste ragioni, queste dottrine dell’epoca, questi voli del pensiero riuscivano infruttuosi; l’istinto diceva ad ognuno: dònati ad un forte, e questi ti proteggerà: e