Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/43

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Quindi diventarono sètta, società secreta; ma le loro dottrine non erano conformi alle istituzioni sociali, né cercavano riformar queste; ma rendere gli uomini con le istituzioni stesse migliori, opera vana e stolta; epperò li vediamo ora onorati e vezzeggiati, ora aspreggiati dai governi, ed in ultimo distrutti da Dionisio, quando da Sicilia passò a devastare la Magna-Grecia. Intanto quei principii, quelle massime dei Pittagorici si praticavano dai popoli montani: fra i Sanniti, forte federazione di tre milioni d’uomini raccolti intorno ad eccelsi monti, fra i Lucani, fra i Sabini... Sembrava strano ed inutile ragionare lungamente per dimostrare la giustizia di quelle massime; fra essi tali idee erano sentimenti, e simiglianti costumi erano quelli dei nascenti Romani. Dunque i fatti sono in perfetto accordo col nostro ragionamento; le istituzioni di ciascun popolo progrediscono esattamente secondo quelle leggi fatali che sono effetto dell’indole umana: e se nelle società avvi sovrabbondanza di sensazioni, peggiorano e decadono. Nei primi secoli di Roma, si riscontrano in Italia tre diverse gradazioni, tre diverse età della vita dei popoli: al settentrione i Galli sono in uno stato di completa barbarie; i più forti fra di loro sono duci in guerra, ed arbitri degli altrui destini in pace; fra gli Appennini, giovani e fiorenti società, governate dagli eletti del popolo; sulle coste, popoli peggiorati, e decadenti. I primi, secondo queste leggi, avrebbero dovuto raggiungere lo stato dei secondi; questi o passare ad una ignota, ma migliore condizione, o decadere; gli ultimi erano condannati a perire. E così avvenne; i loro destini si compirono, e si compirono nel tempo medesimo che, per le stesse leggi regolatrici dell’universo, cotesti popoli soggiacevano a nuova trasformazione.