Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/90

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Come ora languono le provincie d’ogni stato, languirebbero allora egualmente le città che oggi sono capitali, eccetto una. Il male e l’ingiustizia che le provincie sieno governate da uomini spediti da lontane corti crescerebbero d’assai con l’unità. Gli abitanti delle varie capitali oggi usufruttano quasi tutte le cariche di ogni stato: in allora ad una sola città restringerebbesi un tale vantaggio. La probabilità di rinvenire fra tanti principi uno che sia meno cattivo, la loro debolezza che rende meno ardua l’impresa di rovesciarli, cesserebbero. Scapiterebbe l’industria che ora in ogni stato ha un centro di moto, scapiterebbe per la ragione medesima il commercio, non contrappesando i doni dell’accentramento, della più libera circolazione interna. Ogni governo, eziandio dispotico, è costretto alcune volte o perchè l’epoca il comporta o per l’indole del principe, a proteggere le scienze ed avvalersi dei distinti ingegni; quindi in ragione del numero de’ governi, cresce la probabilità che abbia a splendere qualche face tra le fitte tenebre della tirannide. Nè Boccaccio, nè Filangieri, nè Pagano, nè Romagnosi conterebbe l’Italia se fosse stata una sola monarchia. Avvegnaché in un solo centro troppo lontano dagli estremi sarebbesi favorito lo sviluppo dell’ingegno, e difficilmente un sol governo sarebbesi mostrato in breve tempo più di una volta propenso alle riforme, nè avrebbero avuto luogo le varie vicende che le promossero da capo. La forza è l’apparente vantaggio dell’unità; dico apparente, perocchè l’esercito ed il tesoro sono mezzi di cui dispone il re, non già la nazione; volti ad opprimerla e non già a difenderla; non pegno di prosperità, ma incentivo a capriccio di qualche despota avventuroso.

Qual monarchia può reggere al paragone del nostro splendido medio evo coi suoi torreggianti edifizii, col suo Dante, col suo Macchiavelli, coi suoi guerrieri di