Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/23

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aver compassione che invidia. Ma, se tu vorrai creder me, io prima di tutto non mi legherò teco per amor del piacere presente, ma dell’utile avvenire, non assoggettandomi all’amore, ma imperando a me stesso senza accendermi a grandissimo sdegno per cose da nulla, anzi accogliendo a stento nell’animo e neppure per grandi cause una piccola ira, avendo indulgenza per ciò che tu commetterai involontariamente e cercando di farti schivare i falli involontari, perchè queste sono le prove di un’amicizia che debba esser durevole. Chè, se mai ti venisse in mente che l’affetto non possa acquistar vigore quando l’uomo non si trovi innamorato, ti bisogna riflettere che noi non dovremmo tenere per una gran cosa nè i figli, nè i padri, nè le madri, nè potremmo avere sicurezza degli amici, perch’essi non sono mossi da questa specie di amore, ma da altre consuetudini della vita. Oltreché, se bisogni più di tutti favorire a chi è indigente, ci converrà far bene non già agli uomini più meritevoli, ma a’ più bisognosi, perchè questi liberati da’ loro mali gravissimi ci renderanno le maggiori grazie; e così al certo anche alle mense private non sarà bene d’invitare gli amici, ma i mendicanti e coloro che hanno bisogno di esser saziati, perchè costoro ti avranno caro e ti seguiranno, e verranno alla tua porta, e ne saranno lietissimi e ci