Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/31

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Socr. Su via dunque, o Muse, sia che abbiate il soprannome di Ligie20 (λίγειαι) per la qualità del vostro canto, sia per l’armoniosa gente Ligica, prestatemi aiuto al discorso che questo mio dilettissimo mi costringe a pronunziare, affinchè l’amico suo Lisia, che già gli è sembrato un sapiente, ora gli sembri ancora di più.

Fu dunque una volta un fanciullo, o piuttosto un tenero garzoncello assai leggiadro: aveva costui un grandissimo numero di amanti; ma un di costoro fu malizioso, il quale, amandolo niente meno degli altri, persuase al fanciullo che non lo amava, ed una volta sollecitandolo gli persuase appunto questo, che a lui non amante bisognava compiacere più che all’amante; e parlò così.

«In tutte le cose, o fanciullo, uno è il principio che debbono tener coloro i quali vogliono deliberare con giustizia: bisogna, conoscere intorno a che cosa si deve deliberare, ovvero dovrai per forza errare interamente. Molti adunque non credono d’ignorare la natura di ciascuna cosa, e, come se la sapessero essi, non si accordano nel fermare il principio della loro considerazione, e andando innanzi avviene quel ch’era naturale, che non s’intendono nè con gli altri nè con loro stessi. Adunque io e tu non soffriremo che ci avvenga quello che negli altri condannia-