Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/32

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mo; anzi, poiché la questione che abbiamo alle mani è quella di sapere se con l’amante o piuttosto con chi non ama bisogna legarsi in affetto, poniamo di accordo insieme la definizione dell’amore che cosa esso sia e che potere abbia; ed avuto riguardo a ciò, e riportandoci al principio che avremo stabilito, facciamo la nostra considerazione se esso porta utile o danno.

«Adunque a tutti è chiaro che l’amore sia un certo desiderio; ma d’altra parte noi sappiamo che quelli ancora che non sono innamorati hanno desiderio delle cose belle; come adunque conosceremo l’amante dal non amante? Bisogna perciò pensare che noi abbiamo, ciascuno dentro di noi, certi due moventi che ci comandano e guidano, i quali noi seguitiamo dovunque ci conducano. L’uno è l’innato desiderio de’piaceri, l’altro è la opinione, non innata, ma che si acquista, la quale ha desiderio di ciò ch’è ottimo; e questi in noi qualche volta sono in accordo, qualche volta in guerra, e una volta quello, e una volta quell’altro ha il di sopra. Or bene, allorquando il giudizio ci guida per via della ragione a ciò ch’è ottimo e vince, a questo potere vittorioso si dà il nome di saggezza; ma se il desiderio irragionevole trascina ai piaceri e piglia forza in noi, a questa forza si dà il nome d’intemperanza.