Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/33

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» Ma veramente la intemperanza ha molti nomi, perch’essa è di molte specie ed ha molti aspetti, e quello tra questi aspetti il quale avvien che predomini in alcuno, fa che colui sia cognominato da quello stesso nome, e veramente nessuno di questi non è bello nè onorevole. Perciocché, in fatto di cibi, quel desiderio che oltrepassa la misura del giusto e vince gli altri desideri, si chiama ghiottornia, e fa che sia chiamato con lo stesso nome quell’uomo del quale si è fatto padrone. Se il desiderio esercita la sua prepotenza in quanto al bere, e a questo spinge colui ch’esso possiede, è chiaro qual nome debba avere; e gli altri appetiti compagni di questi e i nomi di essi, quando l’uno o l’altro maggiormente predomina, è chiaro come si debba chiamare ciascuno. Or a me pare che si possa quasi veder chiaro per che ragione sieno dette tutte queste cose di sopra, ma spiegandolo si farà chiarissimo più che non spiegandolo. Adunque il desiderio privo di ragione, che trascende la giusta misura, quando si rivolge verso il piacere che la bellezza può dare e fortemente rinvigorito dagli altri appetiti suoi compagni che mirano alla bellezza del corpo, riporta vittoria, allora pigliando il nome da questa sua fortezza (ῤὠμης), è chiamato Amore (ἒρως).

Or dunque, amico Fedro, non mi vedi tu commosso