Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/35

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uguale a lui, nè di buona voglia colui che ama vedrà il suo favorito che gli sia maggiore o eguale, e sempre procaccerà di mantenerlo inferiore e al di sotto di sè, come al sapiente è inferiore l’ignorante, il debole al forte, il misero parlatore a chi è oratore, l’ingegno grosso all’arguto. E di quoste imperfezioni dell’animo e molte più ancora, che l’amato può aver acquistate o averle da natura, bisogna che l’amante si rallegri del trovarle in esso, o le faccia nascere, ovvero sarà privato subito del suo piacere. Bisogna quindi che sia geloso e gl’impedisca tutte le altre amicizie che gli fossero utili per le quali potesse divenir uomo, e gli sarà causa di gran danno, ma del più gran danno di tutti togliendogli ciò che potesse renderlo sapientissimo, e questo è la divina filosofia dalla quale l’amante bisogna che tenga lontano il suo diletto, per paura di non essere dispregiato da lui, e gli bisogna adoperare principalmente che costui sia ignaro di ogni cosa e guardi solamente e sempre nel suo amatore, nel quale stato si renderà piacevolissimo a lui, ma dannosissimo a sè stesso. Ecco dunque che, in quanto all’anima, l’uomo innamorato non è una guida nè un compagno che ti faccia alcun bene.

«Ma in quanto al temperamento e alla cura del corpo quale debba essere e come trattarlo, quando ne sia fatto padrone colui che si sente costretto a se-