Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/42

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gnale consueto a venire il quale sempre mi trattiene quand’io sto per operare qualche cosa; e mi è sembrato di udire da quel lato una voce che non mi permetteva di partire prima che non avessi fatto una qualche espiazione, come per aver peccato inverso il Nume. Or io sono proprio un indovino, non ti voglio dire di un grandissimo valore, ma a somiglianza di quelli che non valgono molto nella scrittura, valgo solamente quanto basti a intender me stesso, sì che basto a conoscere ben chiaro il mio fallo. E veramente, amico mio, anche l’anima umana ha qualche cosa di profetico, perch’io da gran tempo, mentre faceva il mio discorso, mi sentiva turbato, e temeva non so come, secondo il detto d’Ibico23, di peccare in qualche cosa contro gli Dei, per la cosa stessa che mi avesse dato gloria appresso gli uomini; ma ora conosco il mio fallo.

Fed. Che fallo vuoi tu dire?

Socr. Per te, o Fedro, che mi sei venuto a riportare un discorso criminoso, e per me, che mi hai obbligato a farne un altro simile.

Fed. E criminoso in che modo?

Socr. Discorso stolto e quasi empio; e ci può esser cosa peggio di questo?

Fed. Niente di peggio, se pure è vero ciò che tu dici.