Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/44

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e fatta proprio tutta intera quella che si chiama palinodia, riebbe la vista sul momento. Io dunque mi farò più sapiente di entrambi costoro, perchè prima di toccar qualche castigo delle ingiurie dette ad Amore, mi sforzerò di tributargli la mia palinodia a capo scoperto, e non già, come ho fatto innanzi, coperto per la vergogna.

Fed. O Socrate, tu non potresti dirmi niente che mi sia più caro di questo.

Socr. Sicché, o Fedro mio buono, tu comprendi come sieno stati imprudenti i due discorsi pronunziati, questo mio e quell’altro letto nel libro: perciocché, se un uomo di costumi generosi e benigni, che avesse un tempo avuto amore per alcuno, ovvero fosse stato amato da alcuno ci udisse dire che gli amanti pigliano grandi amicizie per piccole cose e si rendono invidiosi e dannosi ai loro cari, non credi tu che gli sembrerebbe di udir gente allevata in mezzo a marinai senza esperienza di nessuno amore liberale? e non credi che sarebbero ben lontani dal mandarci buone quelle cose nelle quali noi vituperiamo l’amore?

Fed. Forse è così, o Socrate come tu dici.

Socr. Or dunque, io per vergogna di costui e per paura dello stesso Amore, desidero con un discorso benevolo di cancellare quasi l'amarezza delle cose udite; anzi io persuado Lisia perchè scriva subito che