Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/59

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tempo avvenire; e guardavamo quei simulacri perfetti, semplici, pieni di tranquillità e beatitudine, e li contemplavamo in seno a quella luce purissima, puri noi stessi e liberi di questo che ci è d’attorno chiamato corpo al quale siamo avvinghiati come le ostriche. E queste cose voglio che mi sieno perdonate al desiderio che mi vien ridesto dalla memoria delle cose di allora che oggi sono lontane.

«La bellezza dunque, come dicemmo, sfolgorava innanzi agli occhi nostri mentre andavamo in quella compagnia, e venuti poi qui nel mondo, l’abbiamo col più acuto de’nostri sensi veduta risplendere nel modo più vivo, avendo avuto la vista, il più acuto de’ sensi del nostro corpo, col quale la saggezza non si vede, perchè accenderebbe fiamme di violento amore, se cadendo sotto il nostro sguardo ci desse a vedere una immagine altrettanto chiara di sè, tanto essa quanto le altre cose amabili; e solamente la bellezza ha sortito questa qualità sua propria di essere la più chiara che si vegga e la più amabile di tutte le cose. Ora colui il quale non è iniziato di recente a quei misteri, ovvero si è contaminato quaggiù, non si trasporta cosi vigorosamente da questo luogo a quello, verso la bellezza assoluta nel riguardare quaggiù quelle cose che pigliano il nome da lei. Onde nel riguardarle non ne sente venerazione, ma abbando-