Pagina:Poemetti italiani, vol. IV.djvu/52

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     Or va infelice; a te stessa rincresci;
Poi che fan senza te più lieta vita
Le fere vaghe, e gli augelletti, e i pesci.

     Ma quella man che ’n me fu tanto ardita:
Perch’è cagion che il mondo oggi m’incolpe:
Contra mia voglia a profetar m’invita.

     Io dico che di questa e d’altre colpe
Vedrassi di là su venir vendetta,
Prima che ’l corpo mio si snerve o scolpe.

     Macchiare, ahi stolta e sanguinaria Setta!
Macchiar cercasti un nitido cristallo,
Un’alma in ben oprar sincera e netta:

     Sappi, crudel, se non purghi ’l tuo fallo,
Se non ti volgi a Dio, sappi, ch’i’ veggio
A la ruina tua breve intervallo:

     Che caderà quel caro antico seggio,
(Questo mi pesa) e finirà con doglia
La vita che del mal s’elesse il peggio.

     Poi volse i passi, e disse: quella spoglia
Che fu gittata, ed or di tomba è priva,
Ben verrà con pietà chi la raccoglia.

     Ma che più questo a me? pur l’alma è viva,
Ed onorata nei superni chiostri,
Ove umana virtù per fede arriva:

     Ivi convien che ’l suo ben far si mostri.