Pagina:Poemetti italiani, vol. IV.djvu/51

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     Tal mi moss’io correndo alla mia luce:
Lorenzo, dico, il cui valore e ’l senno
A tutta Italia fu maestro e duce,

     Così le stelle in me lor forza fenno.
Or va, mente ingannata: in te ti fida,
Che muover credi il ciel con picciol cenno.

     Quell’alma Provvidenza che ’l ciel guida,
Non vuol ch’umano ingegno intender possa
L’ammirando segreto ove s’annida.

     E non pur voi, che siete in questa fossa,
Ma gli angeli non hanno ancor tal grazia,
Quantunque scarchi sian di carne e d’ossa.

     Di contemplar ciascun s’allegra e sazia
Nel sommo sol: pur quelle leggi eterne
Lasciando a parte, il ciel loda e ringrazia.

     Tanto si sa là su, quanto decerne
L’alto Motor. Colui che più ne volse,
Or geme e mugghia ne le notti inferne.

     Quando dal corpo mio l’alma si sciolse,
Non le gravò ’l partir; ma l’empia fama,
Che lasciava di se qua giù, le dolse.

     Nè d’altro innanzi a Dio or si richiama:
Se ’l feci, se ’l pensai, se fui nocente,
Tu ciel, tu verità, tu terra, esclama.

     O mal nata avarizia, o sete ardente
De’ mondani tesor, che sempre cresci,
Miser chi dietro a te suo mal non sente!