Pagina:Poemetti italiani, vol. X.djvu/86

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Ma che parl’io signor; la bella pianta
Sfrondata è sì, ma non recisa al suolo.
Cerere mira, come lieta intorno intorno
Di gravi spighe i nostri campi inaura,
E dal vento percossa ondeggia, è splende,
E spesso avvien, che con la ricca messe
Vinca i nostri granai, vinca la speme.
Che farà poi se col novello ordigno
Del Tittolemo Inglese il sen più addentro.
Piaghi alla terra il Veneto bifolco,
Se meglio ei volga, e più assotigli, e rompa
Le dure ghiove, e morte alle maligne
Piante egli apporti, e nuova vita al grano?
Folta lussureggiar vedrà mai sempre
Lungo l’Adige, e il Po Sicula messe.
Guarda l’uve, signor, ch’ai nostri colli
Fanno intorno ghirlanda, e giù nel piano
Si maritano agli olmi in bei filari
Ordinate qua e là; se non che Bacco
Esso ai vendemmiator le mostra, e pare,
Che più attenta da noi cura richiegga di
Nello premerne il succo, nè minore
Cura nel scieglier di ben faldi arnesi,
Ove ribolla, è d’ogni odor sinceri;
Ond’anche il nostro vin sprezzi del mare
Il tumulto, e l’orgoglio, e in un col Cipri
Vada a imbriacar dentro all’Haremme il Turco