Pagina:Poemetti italiani, vol. X.djvu/88

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Nobilitar sue rive il Po superbo
Colà dove un eroe audace, e saggio
Nestore e Achille in un fa fede al mondo,
Che l’Italo valor non è ancor morto.
Nè gli animosi in mar roveri gravi,
Nè i velivoli abeti a noi, nè manca
La tarda prole del Palladio ulivo.
Tai di natura doni utili renda
Ancor più, ch’ei non sono arte, e quel Dio
Padre di bella industria, ei che far puote
Di picciol borgo una città reina.
Già non aspetti il fondachier, che i belli
Suoi lavori a cercar di là dal Sonde
Sciolga il Danese impellicciato, o il Russo:
Su per l’onde azzurrine il nero abete
Da noi si porti a’ più remoti lidi
Mercè, ch’oltra nostr’uso, abbonda, e cresce,
Ed i granari, e le officine ingombra.
Poco o nulla tra noi delle straniere
Fogge ne giovi trasferire il lusso,
Sì che lungi non dissipi, e disperga
Irreparabilmente il Venet’oro,
Folle vaghezza, anzi via via crescendo
Rompa l’oro straniero i nostri scrigni.
Sovra tutto al commercio onor si dia;
E il grato cittadin pur si sovvenga,
Che dell’Adriaca forza il miglior nerbo