Pagina:Poemetti italiani, vol. X.djvu/89

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Esso ne fece, e già poteo per esso
Di Cambray la congiura, e il duro assalto
Vinegia sostener sola, e per esso
Pur empie a’ nostri di picciola terra
Tempio di libertà, seggio dell’arti
E di navi, e di gloria il mare immenso
Siccome suol l’industre pecchia allora,
Che l’opra ferve, e l’odorato timo
Spira il liquido mel; lunge animosa
Da’ bei presepi suoi cacciare i fuchi;
Cosi d’in seno alle città costoro
Sieno sbanditi, inerti sciami, ignava
Turba soltanto a nulla oprare intesa,
Peso al comun, di latrocinio scuola.
O piuttosto, signor, rimettan l’arti,
Che già tennero un tempo, onde sbandito
L’ozio turpe ne venga, e a tutti porga
Alimento l’industria, onde per noi
Beva i vivi color la nostra lana,
Nè da Gallica Aracne a bei trapunti
S’intessa, e in vaghi fiori Adriaca seta,
Quale è di Dio l’alta bontade immensa,
Che dal magno Elefante al vile insetto
Volge il provvido sguardo, e tal ne sia,
Vera immago di Dio, Principe giusto.
Aprir canali, e fabbricare ingegni
Util cosa fu sempre, onde si compia