Pagina:Poemi (Byron).djvu/108

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106 il corsaro

XVII.

La contempla Corrado, e sente, oh come
Ei nol potrìa! de la sua colpa orrore,
Ma pietà del suo duol. Tanto misfatto
Non fia per pianto cancellato, e giorni
D’angoscia a vendicarlo omai son presti;
Ma riparo qual havvi?.... E sia pur rea;
Ma il pugnal per chi strinse? Ma quel sangue
Per chi versò? Per chi tutto perdèo
Sovra la terra, e più che tutto in cielo?
Per chi? Per lui che in libertade ha tratto,
Per lui che schiava or se la vede innanzi
Il negro occhio abbassar, sol ch’ei la miri,
O alzar la fronte, ma dipinta solo
Di cangievol pallor, chè di vermiglio
Nulla più serba, se non l’âtra stilla
Che zampillava da Seìd trafitto....
Prende Corrado la sua mano,.... trema!
Quella mano, in amor morbida tanto,
Aspra tanto nell’odio, ei stringe,... trema,
Ed è la sua tremante pur, e fioca
La sua voce divien.... « Gulnara! » esclama;
E colei tace... « Dolce mia Gulnara! »
Solleva la dolente allor le luci,