Pagina:Poemi (Byron).djvu/142

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138 il giaurro

Si distende la tela, e lenta ondeggia;
305De lo Harem sotto il pergolo s’annida
La nottola; il castel di sua possanza,
E l’alto faro, usurpatrice alberga
L’infausta upùpa; e per non spenta sete
Bieco e per fame, su la sponda latra,
310Il can selvaggio, or che il marmoreo letto
Schiva il ruscello, e desolata polve
Tutto lo veste, e vi germoglia il cardo.
Bello a mirarse un giorno era il suo flutto,
Quando scherzoso a temperar volgea
315Gli estivi ardori, ed in argenteo spruzzo,
O in vortici fantastici fuggendo,
L’aere d’intorno di freschezza, e in terra
«Ne aspergeva i fioretti e la verdura!»
Era pur bella sua scorrevol luce,
320Quando fulgenti per sereno cielo
Gìano le stelle; dolce per la notte
L’armonìa de’ suoi giri! Oh, come spesso
Bambino Hassan del facile zampillo
Si fea trastullo, o sul materno seno,
325Per la sua flebil melodìa più cheti
Dormiva i sonni! In giovinezza, assiso
Come più spesso, sul suo margin stette,
E lo rapìa de la bellezza il canto,