Pagina:Poemi (Byron).djvu/22

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20 il corsaro

IX.

Un tempo sorse
Stirpe fera d’Eroi, dèmoni all’opre,
Ma belli almeno di celeste viso;
Non Corrado così, sebben la negra245
Palpebra ombreggi l’infocato sguardo.
Membra Erculee non mostra, e non superba
Altezza di gigante, ma in robuste
Forme, se il miri, tal sembianza scerni
Che di volgo non è. Guatanlo i suoi,250
E stupiti confessano l’incanto,
Ed il perchè non sanno. Arsegli il Sole
Un dì la guancia; in folte ciocche ed irte
L’ampia e pallida fronte il crin gli vela,
E mezzo aperto il labbro par che freni255
Alteri sensi, che celar mal tenta:
Dolce è la voce sua, mite il contegno,
Eppur tal cosa ch’ei vorrìa non vista
Traspar da tanta quiete, e la profonda
Ruga, e il variante scolorar del volto260
Seduce pria, poi fa dubbioso, e mesto,
Quasi, da tanta tenebrìa di spirto,
Orrendo, indefinibile pensiero
Uscir ne deggia. Non deliro, o sogno