Pagina:Poemi (Esiodo).djvu/140

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26 ESIODO 433-464

tutto d’un pezzo l’uno: compàgina l’altro. È un gran bene:
ché, se si spezza l’uno, tu aggioghi a quell’altro i giovenchi.
435D’alloro o d’olmo sia, piú immune dai tarli, il timone,
di quercia il ceppo sia, di leccio la bure. I due bovi
sian maschi, di nove anni, ché intatte hanno allora le forze,
di giovinezza nel fiore, ché rendono meglio al lavoro:
non avverrà che questi, cozzando nel mezzo del solco,
440spezzin l’aratro, e resti cosí non compiuto il lavoro.
Ed un garzone dovrà seguirli, che sia sui quaranta,
ch’abbia la sua pagnotta a croce, con otto porzioni,
che badi al suo lavoro, che tracci diritto il suo solco,
e non s’incanti, gli altri ragazzi a guardare, ma invece
445stia con la testa al lavoro. Nessuno dei giovani meglio
spartisce la semenza, né schiva la semina a doppio:
s’imbambola un ragazzo, occhieggia con gli altri ragazzi.

     Sta bene attento, quando dall’alto dei nuvoli senti
la voce della gru discender, che ogni anno ritorna.
450Essa t’adduce il tempo d’arare, t’insegna che giunti
sono la pioggia e il verno: gran cruccio per chi non ha bovi.
Avere in casa allora conviene i cornuti giovenchi:
ché facile sarà dire: «Prestami aratro e giovenchi»;
ma facile anche piú schermirsi: «I buoi sono pei campi».
455II chiappanuvole dice: che ci vuole a fare un aratro?
Stolto, e nemmeno sa quanti pezzi ci vogliono a farlo:
cento; ed averli in casa dev’essere il primo pensiero.
Or, come dunque appare per gli uomini il segno d’arare,
uscite allora tutti pei campi, gli schiavi e tu stesso,
460all’umido e all’asciutto, e arate, ch’è tempo d’arare,
alla prim’alba, in fretta, ché tutto si compia il lavoro.

     A Primavera dissoda: ché inganno all’Estate le zolle
non ti faranno. Gitta nei solchi ancor soffici il seme:
scaccia il malocchio il maggese, dei bamboli calma le smanie.