Pagina:Poemi (Esiodo).djvu/141

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465-496 LE OPERE E I GIORNI 27


     465Volgi la prece a Giove terrestre e alla pura Demètra,
perché sian gravi, quando maturano, i chicchi del grano,
quando tu prima ad arare cominci, e la stiva all’estremo
manico impugni, e il dorso dei bovi col pungolo incalzi,
mentre il cavicchio tendon le cinghie. E ti segua un ragazzo
470alto cosí, con la mazza, che appresti fatica agli uccelli,
coprendo la semenza. Ché l’ordine è cosa fra tutte
ottima pei mortali: fra tutte il disordine è tristo.
Si curveranno a terra le spighe, cosí, pel rigoglio,
se dell’Olimpo il Sire vuol dare buon esito ad esse.
475E tu le ragnatele dai vasi levare potrai,
e spero che la grazia goderti potrai che possiedi,
senza contare sugli altri. Cosí durerai, sinché giunga
la bianca Primavera: di te gli altri avranno bisogno.

     Se invece arar la terra vorrai nel solstizio d’Inverno,
480seduto mieterai, stringerai poche spighe nel pugno,
le legherai cosí, come vengono, fra il polverone,
senza eccessiva allegria, sufficiente sarà per portarle
un solo cesto; e oggetto d’invidia a ben pochi sarai.
Altro, altre volte, però dispone il volere di Giove,
485che tanto chiaro non è da intenderlo mente mortale.

     Anche se tardi arassi, trovare potresti un rimedio.
Come leva il cuccú tra le foglie alla quercia il suo canto,
e su la terra infinita degli uomini il cuore gioconda,
prega che cada tre giorni la pioggia, né mai s’interrompa,
490sin che uno zoccolo copra di bue, non di piú, non di meno:
del pari andranno allora chi ara presto e chi tarda.
Ma bene attento sta: non ti deve sfuggir, quando giunga,
la bianca Primavera, né quando la pioggia opportuna.

     Davanti alle fucine dei fabbri ed ai luoghi di ciarle
495tira di lungo, l’Inverno. Ché il freddo tien lungi dai campi;
ma chi non è poltrone, può molto concludere in casa,