Pagina:Poemi (Esiodo).djvu/145

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592-617 LE OPERE E I GIORNI 31

e di capretto nato primíparo; e bevici sopra
limpido vino, all’ombra seduto, ben sazio di cibo,
rivolto il viso verso la brezza di Zefiro fresca,
595verso una polla tersa perenne che sgorghi dal monte.
Mesci tre parti d’acqua, la quarta dev’esser di vino.

     Imporre devi ai servi che il grano di Dèmetra sacro
battano, come prima si mostri il selvaggio Orïóne,
in qualche luogo asciutto, su l’aia spianata. E nei moggi
600poi lo raccolgan con garbo, ne faccian misura. Poi, quando
n’abbian raccolto tanto che basti ai bisogni di casa,
senza famiglia un servo procúrati, e senza figliuoli
una fantesca: ché sono molesti, se han figli; ed alleva
un can coi denti aguzzi, né far che gli lesini il cibo,
605ché poi non debba il Dormidigiorno rubarti i tuoi beni.
Poi radunare fa la paglia e la pula, ché serva
tutta la lunga annata, pei bovi e pei muli. Ed allora
concedi pur che i servi riposino; e sciogli i giovenchi.

     Quando Orïóne e Sirio toccato hanno il sommo del cielo,
610e vede Aurora, dita di rosa, la stella d’Arturo,
tutte vendemmia, o Perse, le vigne, ed i grappoli aduna.
Per dieci giorni devi, per dieci continuë notti2,
tenerli esposti al sole: all’ombra per cinque; ed al sesto
nei tini i doni infondi di Bacco, letizia dei cuori.

     615Quando le Plèiadi poi, le Íadi, e il forte Orïone
scendono in mare, ricorda che quella è stagione d’arare.
Bene pei campi cosí sistemato sarà tutto l’anno.


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