Pagina:Poemi (Esiodo).djvu/144

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30 ESIODO 561-591

Conviene a ciò badare, per tutto il trascorrer dell’anno,
a compensar le notti coi giorni, sin quando i suoi frutti
torni a produrre la terra, la madre di tutte le cose.

     Quando sessanta giorni di gelo abbia Giove compiuti,
565dopo il solstizio d’inverno, la stella d’Arturo abbandona
allor d’Ocèano l’acque divine correnti, e si leva,
la prima volta, tutta fulgente, al tramonto del giorno.
Di Pandïóne quindi la figlia, la rondine, appare
nel luminoso cielo; ché torna la nuova stagione.
570Tu previenila; e pota le viti; ché tempo è propizio.

     Quando la Casingroppa trasmigra dal suolo alle piante,
ché dalle Plèiadi fugge, non è piú stagione di vigne,
ma d’affilare le falci, di scuotere i servi dal sonno,
e di fuggir gli ombrati soggiorni ed i sonni su l’alba,
575quando è di mieter l’ora, che il sole dissecca la pelle.
Sbrigarsi allora, e a casa conviene portare la mèsse,
sorto all’aurora, se vuoi che da vivere mai non ti manchi.
Perché la terza parte Aurora fa lei del lavoro,
Aurora dà l’avvio, sollecita l’opere Aurora,
580Aurora, come appare, tanti uomini spinge per via,
ch’escono, tante spinge cervici di buoi sotto il giogo.

     Quando poi sboccia il fiore del cardo, e d’un albero in vetta
l’armonïosa cicala, dal fitto vibrare dell’ali
spande l’arguto trillo, del caldo è la grave stagione.
585Son molto pingui allora le capre, dolcissimo il vino,
tutte lascivia le femmine, gli uomini tutti fiacchezza,
perché l’astro di Sirio debilita teste e ginocchia,
e per il caldo, la pelle viene arida e secca. Abbi allora
entro una roccia ombrosa riparo, abbi vino di Biblo,
590una focaccia, carne di capre, e non siano in caldo,
carne di manza pasciuta nei boschi, e non abbia figliato,