Pagina:Poesie (Carducci).djvu/522

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496 giambi ed epodi


Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
Odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
Degno di Roma, degno del tuo gusto,
16E del ponteficato nostro d’oro. —

Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
Arrotondò qual di fiorente sposa:
Gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
20Cinse di torri un serto a l’orgogliosa.

La cantò il Molza in distici latini;
E il paracleto ne la sua virtú
Con piú che sette doni a i perugini
24In bombe e da’ mortai pioveva giú.

Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
E i sassi addenta che non può scagliare,
E specialmente le sue ferree zane
28Gode ne le fortezze esercitare;

E le sgretola; e poi lieto si stende
Latrando su le pietre ruinate,
Fin che si leva e a correr via riprende
32Verso altri sassi ed altre bastonate.

Cosí fece in Perugia. Ove l’altera
Mole ingombrava di vasta ombra il suol
Or ride amore e ride primavera,
36Ciancian le donne ed i fanciulli al sol.